Il galateo a tavola

Visto il prolifico interesse a riguardo, riportiamo qui di seguito un passo, tratto da “Galateo overo de’ costumi” di Giovanni Della Casa, riguardante la “buona creanza el corretto comportamento” da tenere attorno a una tavola; con la speranza di suscitare lo vostro interesse e lo vostro godimento.

Il trattato di Giovanni Della Casa è di pochi anni posteriore al periodo storico da noi studiato ma è comunque considerata una delle opere più affidabili sull’argomento anche per quel che riguarda i periodi di poco antecedenti.

IL GALATEO Cap. XXIX di Mons. Giovanni della Casa

Non istà bene grattarsi sedendo a tavola, e vuolsi in quel tempo guardar l’uomo più che e’ può di sputare e, se pure si fa, facciasi per acconcio modo. Io ho più volte udito che si sono trovate delle nazioni così sobrie che non isputavano giammai: ben possiamo noi tenercene per brieve spazio.

Dobbiamo eziandio guardarci di prendere il cibo sì ingordamente che perciò si generi singhiozzo o altro spiacevole atto, come fa chi s’affretta sì che convenga che egli ansi e soffi con noia di tutta la brigata. Non istà medesimamente bene a fregarsi i denti con la tovagliuola, e meno col dito: chè sono atti difformi. Nè risciacquarsi la bocca e sputare il vino sta bene in palese; nè in levandosi da tavola portar lo stecco a guisa d’uccello che faccia suo nido, o sopra l’orecchia come barbiere, è gentil costume. E chi porta legato al collo lo stuzzicadenti erra senza fallo; chè, oltra che quello è uno strano arnese a veder trar di seno ad un gentiluomo e ci fa sovvenire di questi cavadenti che noi veggiamo salir su per le panche, egli mostra anco che altri sia molto apparecchiato e provveduto per li servigi della gola; e non so io ben dire perchè questi cotali non portino altresì il cucchiaio legato al collo.

Non si conviene anco lo abbandonarsi sopra la mensa nè lo empiersi di vivanda amendue i lati della bocca sì che le guance ne gonfino. E non si vuol fare atto alcuno, per lo quale altri mostri che gli sia grandemente piaciuta la vivanda o ‘l vino: chè sono costumi da tavernieri e da cinciglioni.

Invitar coloro che sono a tavola, e dire: – Voi non mangiate stamane – o: – Voi non avete cosa che vi piaccia – o: – Assaggiate di questo o di quest’altro -, non mi pare laudevol costume, tuttochè il più delle persone lo abbia per famigliare e per domestico: perchè, quantunque ciò facendo mostrino che loro caglia di colui cui essi invitano, sono eziandio molte volte cagione che quegli desini con poca libertà, perciocchè gli pare che gli sia posto mente e vergognasi.

Il presentare alcuna cosa del piattello che si ha dinanzi, non credo che stia bene, se non fosse molto maggior di grado colui che presenta, sicchè il presentato ne riceva onore; perciocchè tra gli uguali di condizione pare che colui che dona si faccia in un certo modo maggior dell’altro, e talora quello che altri dona non piace a colui a chi è donato; senza che mostra che il convito non sia< abbondevole d’intromessi o non sia ben divisato, quando all’uno avanza e all’altro manca; e potrebbe il signor della casa prenderlosi ad onta: nondimeno in ciò si dee fare come si fa e non come è bene di fare; e vuolsi più tosto errare con gli altri in questi sì fatti costumi che far bene solo. Ma, checchè in ciò si convenga, non dèi tu rifiutar quello che ti è pòrto: chè; pare che tu sprezzi e tu riprenda colui che ‘l ti porge.

Lo invitare a bere (la qual usanza, siccome non nostra, noi nominiamo con vocabolo forestiero, cioè far brindisi) è verso di sè biasimevole e nelle nostre contrade non è ancora venuto in uso; sicchè egli non si dee fare. E, se altri invitarà te, potrai agevolmente non accettar lo ‘nvito e dire che tu ti arrendi per vinto, ringraziandolo, o pure assaggiando il vino per cortesia senza altramente bere. E, quantunque questo brindisi, secondo che io ho sentito affermare a più letterati uomini, sia antica usanza stata nelle parti di Grecia, e comechè essi lodino molto un buon uomo di quel tempo, che ebbe nome Socrate, perciocchè egli durò a bere tutta una notte, quanto la fu lunga, a gara con un altro buon uomo che si faceva chiamare Aristofane, e la mattina vegnente in su l’alba fece una sottil misura per geometria, che nulla errò, sicchè ben mostrava che ‘l vino non gli avea fatto noia; e tuttochè affermino oltre a ciò che, così come lo arrischiarsi spesse volte ne’ pericoli della morte fa l’uomo franco e sicuro, così lo avvezzarsi a’ pericoli della scostumatezza rende altrui temperato e costumato, e, perciocchè il bere del vino a quel modo per gara abbondevolmente e soverchio è gran battaglia alle forze del bevitore, vogliono che ciò si faccia per una cotal prova della nostra fermezza e per avvezzarci a resistere alle forti tentazioni e a vincerle: ciò non ostante a me pare il contrario e istimo che le loro ragioni sieno assai frivole.

E troviamo che gli uomini letterati per pompa di loro parlare fanno bene spesso che il torto vince e che la ragion perde. Sicchè non diamo loro fede in questo: e anco potrebbe essere che eglino in ciò volessino scusare e ricoprire il peccato della loro terra corrotta di questo vizio; conciossiachè il riprenderla parea forse pericoloso, e temeano non per avventura avvenisse loro quello che era avvenuto al medesimo Socrate per lo suo soverchio andare biasimando ciascuno (perciocchè per invidia gli furono apposti molti articoli di eresia e altri villani peccati, onde fu condannato nella persona, comechè falsamente, chè di vero fu buono e cattolico secondo la loro falsa idolatria); ma certo perché egli beesse cotanto vino quella notte nessuna lode meritò, perciocchè più ne arebbe bevuto o tenuto un tino; e, se niuna noia non gli fece, ciò fu più tosto virtù di robusto cèlabro, che continenza di costumato uomo.

E, checché si dichino le antiche croniche sopra ciò, io ringrazio Dio che, con molte altre pestilenze che ci sono venute d’oltra monti, non è fino a qui pervenuta a noi questa pessima: di prender non solamente in giuoco ma eziandio in pregio lo inebriarsi. Nè crederò io mai che la temperanza si debba apprendere da sì fatto maestro quale è il vino e l’ebrezza.

Il siniscalco da sè non dee invitare i forestieri nè ritenergli a mangiar col suo signore, e niuno avveduto uomo sarà che si ponga a tavola per suo invito; ma sono alle volte i famigliari sì prosontuosi che quello che tocca al padrone vogliono fare pure essi. Le quali cose sono dette da noi in questo luogo più per incidenza che perché l’ordine che noi pigliammo da principio lo richiegga.

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