Gidino da Sommacampagna

Gidino da Sommacampagna, fu poeta ed intellettuale alla corte degli Scaligeri.

Il padre di Gidino, Manfredo era un contadino di umili origini – “de facili et pagosa stirpe”, che aveva abbandonato la nativa Sommacampagna per trasferirsi a Verona, dove divenne campsor, (gestiva un banco di cambio).

Gidino nasce nel decennio compreso tra il 1320 e il 1330, come si deduce da un documento del 5 maggio 1352 che lo indica come procurator (delegato privato in pratiche d’ufficio) e, poichè la maggior età si raggiungeva a 25 anni, si può ipotizzare che in quella data Gidino avesse almeno 25-30 anni.

Non si hanno notizie precise sulla sua giovinezza, si può pensare che abbia avuto accesso a studi regolari, probabilmente giuridici, che lo fornirono di una discreta cultura.

L’intervento del Gidino come poeta ha un impatto sul modo di comporre e rimare, più per le innovazioni “tecniche” da lui apportate che per le sua capacità come scrittore. Gidino introduce infatti termini importanti come rima, rithimo e consonancia, innovazioni riprese alcuni secoli dopo, da P. Bembo nel secondo libro delle Prose della volgar lingua e G.G. Trissino ne imita la struttura del sonetto e della “ballata grande”. Altri termini quali missiva e responsiva, sono usati per definire i sonetti di corrispondenza. E’ tuttavia nel madrigale e nel serventese che Gidino si dimostra più innovativo: le molteplici varianti descritte da Gidino rispecchiano l’ampia diffusione che il madrigale ebbe in quel periodo, contemporaneamente con la diffusione dell’Ars nova; Gidino aumenta fino a sette le versioni più diffuse del serventese.

L’ascesa politica di Gidino avvenne negli anni del governo di Cangrande II (1351-59): i primi documenti in tal senso infatti si collocano tra il febbraio 1353 e il novembre 1358 e si riferiscono alle cariche pubbliche da lui occupate. Questi documenti provengono tutti dall’archivio della potente famiglia veronese dei Bevilacqua. Un documento del 19 luglio 1358 lo indica addirittura come “ufficiale” di Cangrande.

La morte di Cangrande e l’ascesa al potere di Cansignorio provocarono il ribaltamento delle fortune di Gidino: la punizione per il fedele cortigiano fu la condanna al carcere, emessa tra la fine del 1359 e i primi del ’60. Gidino passò due anni in una cella del palazzo di Cansignorio e fu liberato solo verso la metà del 1362 grazie all’intercessione del potente Francesco Bevilacqua. Durante gli anni di carcere Gidino progettò il Trattato eartedelirithimivolgari.

Al termine della sua prigionia riprese una vita agiata (il 17 dic. 1362 gli fu fornito un possedimento fondiario) anche grazie al matrimonio con Feliciana, figlia di Francesco Bevilacqua, che morì dopo solo sei anni di matrimonio; successivamente, in data sconosciuta, ma precedente al 6 luglio 1374, Gidino sposò Caterina di Falsurgo.

Questo reinserimento nella società veronese fece sì che divenisse precettore dei figli dello stesso Cansignorio e che assumesse la carica di fattore di quest’ultimo (da due lettere del dicembre 1374 indirizzate a Ludovico Gonzaga, riguardanti un concorso per la ristrutturazione del celebre serraglio dei Gonzaga, il nome di Gidino risulta appartenente alla “fattoria” di Cansignorio ed è il secondo nell’elenco, a riprova di una certa autorità raggiunta come suo uomo di fiducia).

Il fatto che Gidino fosse precettore presso la corte Scaligera accrebbe la sua fama di poeta ed intellettuale: educò i giovani figli di Cansignorio, Bartolomeo e Antonio, che ressero insieme il dominio Scaligero fino al 1381. Il prestigio raggiunto gli conferiva una posizione avvantaggiata rispetto ad altri intellettuali di corte, come dovette accorgersi il rimatore padovano Francesco di Vannozzo, che risiedeva presso la corte di Antonio; la convivenza fra i due poeti non fu del tutto pacifica, come testimoniano i sei sonetti a contrasto che essi si scambiarono attorno al tema della creazione del mondo. Gidino difendeva la teoria cristiana della creazione del mondo da un caos originario, mentre Francesco di Vannozzo rispondeva con la teoria dell’eternità del mondo. A sostegno della sua tesi Gidino rivendicava l’autorità della Bibbia, di Ovidio, dei “grandi filosofi” e di Dante, tutte fonti che, a suo dire, erano da richiamare non soltanto per i sonetti della tenzone, ma per la maggior parte degli esempi del Trattato. Proprio su questo punto si sviluppò la contesa, a Francesco, che disdegnava la tradizione e rivendicava la libertà di una vita gaudente, Gidino rispondeva con un sonetto trilingue (latino, volgare e francese), in cui lo invitava a rivedere le sue posizioni.
I due giovani principi Della Scala riuscirono, elargendo svariati benefici ai propri cortigiani, a guadagnarsi le simpatie anche di alcuni avversari di Cansignorio, loro padre. Nel frattempo Gidino risalì nella scala gerarchica divenendo procurator (fattore generale).

E’, con molta probabilità, del periodo compreso tra il 1381 e il 1384 la composizione del Trattatoe artedeli rithimi volgari, dedicato ad Antonio Della Scala, il codice riconducibile alla fine del XIV secolo, conservato a Verona presso la Biblioteca capitolare. Si tratta di un’opera dipendente da un altro trattato trecentesco, la Summa artis rithmici vulgaris dictaminis, scritta nel 1332 dal padovano Antonio Da Tempo, che Gidino rielaborò e volgarizzò riformulando alcune definizioni ed esemplificazioni attraverso versi propri. Da un confronto più specifico con il trattato originale emergono interessanti innovazioni, a partire dall’impostazione stessa che Gidino dà alla sua opera, che appare così non come un semplice volgarizzamento della Summa, bensì come una sua rielaborazione ampliata e aggiornata.

Di particolare interesse è il componimento che chiude il Trattato, un lungo contrasto tra un “moderatore” e un “provocatore” che commentano la discesa in Italia, nel 1384, delle truppe francesi al comando di Enguerrand de Coucy per portare aiuto a Ludovico d’Angiò: un articolato commento delle cause politiche della spedizione, mettendone in rilievo le conseguenze per gli Stati italiani e in particolare per Verona.

Antonio Della Scala, in questo periodo fece uccidere il proprio fratello. Gidino continuò la propria ascesa fino all’alta carica di cunxillarius, registrata nel marzo del 1385. In questo stesso anno, in cui Gidino raggiunge l’apice della carriera, si stringe l’alleanza tra Verona e Venezia e viene concessa a Gidino la cittadinanza veneziana per i meriti da lui conseguiti presso la corte dogale.

La guerra, insieme con le spese eccessive per i lussi della corte, aveva dissestato le finanze veronesi e ciò causò una crescente impopolarità del governo di Antonio.

Si ignora se Gidino venne esiliato dopo la caduta del signore Scaligero: alcune fonti affermano che il suo nome non compare tra quelli degli esiliati (questo potrebbe testimoniare dei servizi resi ai nemici di Antonio), altre citano un documento del 1387 (andato perduto), in cui invece egli apparirebbe nell’elenco degli scacciati da Verona.

L’ultimo documento che ricorda Gidino in vita è un atto di vendita del 4 dic. 1388.

Si ignora la data della sua morte, che avvenne però prima del 1400, come si ricava da un atto notarile dell’ottobre di quell’anno che fa riferimento agli eredi di Gidino.

Ricerca a cura di Marco Venturelli


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