IL TYRION DA MARANO

Un leone rampante in campo rosso per stendardo, inviso alla propria famiglia, dei cui torti seppe vendicarsi , piccolo di membra ma grandissimo d’ingegno, tra i più fidati consiglieri del regno; il Tyrion Lannister della corte scaligera si chiamava: Pietro da Marano, ovviamente detto “il Nano”.

Il padre Guglielmo, nel 1278 circa, vicentino e fedele ezzeliniano, quando tutta la famiglia da Marano, alla caduta del da Romano, abbracciò la causa Guelfa e il dominio padovano,fu allontanato e costretto a stabilirsi con i 3 figli (Pietro, Marco e Grailante) a Gambugliano, ai margini della campagna vicentina. Nel 1288 però Guglielmo riesce ad ottenere per i figli beni e diritti sufficienti ad inserirli nella piccola feudalità delle zone di confine ove si sta sviluppando un ambiente rivale alla politica vicentina e convergente presso l’orbita scaligera, a Verona infatti, Alberto I della Scala nell’ottobre del1277 ha fondato la Signoria.

Ed è proprio Alberto signore di Verona che nel 1294, dopo la vittoria su Ferrara, celebrando in una “curia immensa” la stabilità raggiunta, premierà con la nomina al Cavalierato, insieme ai 3 figli maschi, anche i collaboratori più meritevoli, tra i quali compare: ” Petrus Nanus de Vicentia “, e con l’affettuoso titolo di: “dilecto nostro” Pietro compare anche nel 1301, tra le righe del testamento di Alberto, che gli conferma l’usofrutto a vita di una casa nella contrada di S. Fermo Maggiore.

Servendo bene il primo signore di Verona, e poi i suoi successori: Bartolomeo ed Antonio, il Nano riesce a costruirsi, oltre ad una eccellente fama diplomatica, anche una cospicua ricchezza, tramite le rendite dei terreni sottratti al latifondo ecclesiastico ed a investimenti oculati dai quali può attingere ad una notevole liquidità, da impiegare in prestiti ad usura.

È però con Cangrande, terzogenito di Alberto, che la fortuna di Pietro da Marano decolla. Gode stabilmente della fiducia del più celebre dei della Scala che presta largo credito ai suoi consigli dettati, come ricorda Francesco Petrarca, da una “celebre ma anche mordace sapienza”. Cangrande lo impiega stabilmente nelle azioni di governo e il Nano dispone di stanze private all’interno del palazzo scaligero.

Quando nel 1311 Vicenza viene finalmente sottratta all’influenza guelfa di Padova, Pietro viene iscritto nella potentissima corporazione dei notai vicentini e specificatamente in quelli del quartiere di Portanuova, dov’erano le antiche case dei da Marano, da cui fa cacciare i parenti non allineati alle nuove direttive ghibelline per insediarsi insieme ai 2 fratelli ed ad altri uomini di provata fede scaligera.

Nel 1320, durante la lunghissima lotta che Cangrande conduce contro Padova, per il domino su tutta la Marca, in occasione di un rovescio che costringe lo scaligero a patteggiare un armistizio con il nemico, tra i tre ambasciatori incaricati, solitamente scelti tra autorevoli personaggi cittadini, insieme al Marchese Malaspina ed a Aldrighetto da Castelbarco, nobiluomini d’antica ascendenza, viene nominato anche Pietro da Marano, ed è sempre a lui che Albertino Mussato, celebre poeta e storico padovano, prigioniero degli scaligeri, chiede di perorare la propria grazia presso Cangrande.

Partito dall’anonimato del piccolo contado Vicentino il Nano tratta ormai da pari con i più grandi signori italiani del suo tempo. La sua fama varca i confini veronesi per espandersi, insieme a quella del suo signore, a tutta la compagine ghibellina, tanto che, in uno dei tanti processi che Papa Giovanni XXII intentò contro i Visconti, il Nano, descritto come “maestro di arti magiche” viene accusato d’aver collaborato con il signore di Milano per uccidere il pontefice attraverso un incantesimo.

Nel 1329, conquistata tutta la Marca Trevigiana, che da allora diventerà Marca Veronese, Cangrande muore, ed al governo della Signoria gli succede il nipote Mastino che molto presto dimostra di non gradire i servigi del fedelissimo consigliere dello zio.
Il cronista Iacopo Piacentino ci narra che Pietro da Marano era promotore, presso la corte, di una politica espansiva molto più cauta di quella promossa dal suo nuovo Signore, l’avventatezza del quale lo porterà a logorare i rapporti di amicizia con Venezia, instaurando una crisi che porterà alla guerra Veneto-fiorentino-scaligera (1336 – 1339) al termine della quale Mastino II vedrà il suo regno ridotto alle sole città di Verona e Vicenza.

Pietro è ormai vecchio, ha già redatto un testamento in cui lascia ogni suo bene alla Signoria Scaligera, al cui servizio ha passato tutta la vita ed alla quale deve ogni sua fortuna, ma intorno al 1344, rompe definitivamente con Mastino II della Scala, e redige un secondo testamento, nel quale anulla le precedenti disposizioni ed utilizza gran parte della sua fortuna, oltre 10.000 ducati depositati presso la Camera del frumento di Venezia, per la salvezza della propria anima, facendo costruire lo splendido portale strombato del Tempio di S. Lorenzo a Vicenza, nella lunetta del quale si fa ritrarre in ginocchio, mentre adora la Vergine e Gesù Bambino, chiedendo perdono dei metodi, non sempre leciti, con cui quel denaro era stato accumulato.

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