La cintura di castità

La cintura di castità appare per la prima volta nel XIV secolo in Italia. Utilizzata per proteggere dalle frequenti violenze, si rivelò uno strumento efficacissimo anche per coloro che temevano il tradimento delle “proprie” donne. La cintura di castità femminile aveva una struttura di metallo con due piccole aperture (una sulla parte anteriore e una su quella posteriore, entrambe orlate di spunzoni acuminati…) che permettevano le normali funzioni fisiologiche ma che, ovviamente, impedivano la penetrazione di qualsiasi tipo, sia vaginale sia anale.

Durante il medioevo la prigionia e la costrizione della cintura di castità erano sinonimo di amore e fedeltà: quando i crociati partivano per le loro scorribande in Terra Santa, lasciavano mogli e compagne “sotto chiave”, e queste accettavano di buon grado la situazione poichè era un gesto di profonda devozione all’amore del proprio uomo.
Molte donne però riuscivano a procurarsi una copia della chiave, non solo per cedere ai piaceri della carne, ma anche per evitare fastidiose e a volte mortali infezioni.

Il fiorentino Francesco da Carrara regalò la cintura di castità alla moglie infedele (da un documento del 1405): oggi quella cintura è conservata al Palazzo dei Dogi a Venezia.

Questo la dice lunga sulla concezione medievale della donna: gli uomini di chiesa erano i primi a definire le donne come streghe, puttane, esseri peccaminosi posseduti dal demonio. Inoltre la donna è pericolosa per sua natura, per la predisposizione al concepimento, e quindi deve rimanere lontana dalla santità dei luoghi benedetti.


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