L’Arena nel Medioevo

INTRODUZIONE

Il sigillo della famiglia Giulio-Claudia a Verona

E’ sul colle di S. Pietro che inizia a formarsi Verona, e cresce poi, con il passare degli anni nell’ansa dell’Adige, poiché il fiume fa da barriera, rendendo molto difficili eventuali attacchi di nemici dall’ esterno.
Nell’89 a. C. Verona diventa colonia latina e quarant’anni dopo ottiene la cittadinanza romana.

Tutto ciò che riguarda le strutture urbanistiche e la costruzione dei vari monumenti giunge a compimento nel periodo che vadal I secolo a.C. all’età Tiberiana, che prende il nome dall’imperatore Giulio Cesare Tiberio con il quale nel 14 d.C. ha inizio la dinastia Giulio Claudia.
La costruzione dell’anfiteatro, conosciuto come Arena, in quanto per ogni ludus gladiatorio si spargeva nella platea una quantità di sabbia appositamente presa dall’alveo dell’Adige, risale all’inizio dell’età imperiale e avviene in due fasi: la prima è riportata all’età augustea (da Gaio Giulio Cesare Ottaviano che nel 27 a.C. accetta il titolo di Augusto), mentre la seconda corrisponde probabilmente a quella Claudia (dal 14 d.C.).
I lunghi lavori di costruzione, che utilizzano pietra viva tratta dalle cave del monte Pastello, iniziano all’esterno dell’antica cinta difensiva e avvengono dunque, sicuramente, in un periodo di pace. L’altezza dell’edificio è infatti maggiore di quella delle mura cittadine, e ne fa, in teoria ma non in pratica, un punto d’appoggio importante per qualsiasi nemico intenda attaccare la città.
Quella posizione fu scelta per almeno due validi motivi: l’anfiteatro, secondo calcoli mai smentiti, integro anche del terzo anello, poteva ospitare comodamente 23.000 spettatori, più del doppio degli abitanti della cittadina veneta, ciò significa che esso era destinato anche al contado e agli abitanti delle vicine colonie romane di Brescia e di Como che, essendo l’edificio “extra muros”, vi potevano accedere più facilmente.
Altro motivo, d’innegabile interesse, è che un lotto di terreno di quelle dimensioni, almeno 150 per 250 piedi romani, all’interno delle mura sarebbe costato una fortuna mentre all’esterno non valeva niente.

L’Arena è completamente sostenuta da muraglie che partono da una ellisse centrale e sono collegate fra loro da volte a botte che s’innalzano sorreggendo le gradinate.
Dall’interno verso l’esterno, questo sistema di anelli concentricisi ripete aumentando di dimensioni sia in spessore che in altezza. Così la platea misura metri 75,68 per 44,43, la cinta esterna maggiore 153,43 per 123,23.
Il fatto che l’edificio venga costruito su una leggera altura artificiale, provocando così un leggero dislivello, comporta unproblema di drenaggio, risolto con un complesso sistema fognario in grado di far defluire le acque verso il vicino Adige.
Sezionando l’anfiteatro si vedono tre gallerie, e tre sono anche gli ordini di gradinate, tutte separate da corridoi, più una quarta che sostiene il portico che si trova al di sopra della cavea.
Le arcate sono 72 e corrispondono al numero degli ingressi. Gli spettatori che entrano da est vengono indirizzati nella zona superiore della cavea; quelli da ovest, attraverso gli ingressi più sfarzosi e monumentali che guardano verso l’entrata principale della città, cioè la porta Borsari, accedono all’area più bassa, dove ci sono i posti migliori.

In età repubblicana vengono emanate leggi che riservano le prime gradinate all’ordine senatorio; più tardi, altri settori, subito retrostanti, sono destinati all’ordine equestre; la parte più alta e ampia e più lontana dalla scena è lasciata al popolo. Ci sono poi posti per i sacerdoti, gli ambasciatori, gli ospiti stranieri e per i ragazzi. Non mancano distinzioni nelle distinzioni: ad esempio, gli scapoli siedono in un settore più alto rispettoagli ammogliati e solamente nell’età repubblicana le donne sole possono sedere insieme agli uomini.

Il lavoro di costruzione fu finanziato, oltre che dal magistrato locale, anche e soprattutto, dai membri dell’ aristocrazia di Verona che, per non inimicarsi il popolo, usarono ancora una volta la vecchia formula “panem et circenses”; furono dunque ancora essi a finanziare i giochi che si svolgevano entro la cornice marmorea dell’anfiteatro.

Con la caduta dell’Impero Romano però per l’Arena non è più tempo di spettacoli e il monumento viene abbandonato a se stesso, perendo prima, e più gravemente, per l’incuria locale più che per le offese dei barbari; anzi probabilmente si deve a Teodorico il primo rozzo,tentativo di restauro dell’ Anfiteatro.

L’EVO MEDIO: TRA LEGGENDA , GIUDIZI DI DIO E TORNEAMENTI

La casa di Teodorico

Secondo l’Anonimo Valesiano Teodorico costruì a Verona un edificio termale, il palazzo ed un portico, restaurò l’acquedotto e cinse la citta di nuove mura . E’ probabile dunque che si sia occupato anche dell’Arena; ciò spiegherebbe infatti, almeno in parte, una delle leggende sorte in questo periodo attorno al monumento che lo indica come la“Casa di Teodorico, ove egli stesso abitò e dove sconfisse ed uccise molti giganti che combatterono contro di lui”.
Nel Chronicon Gozecense, datato XII secolo, infatti, si legge:

“Nella medesima città (Verona n. d. r.) costruì una grandissima casa, che assomiglia in modo sorprendente al teatro di Romolo. Qui si accede per una sola porta e si sale facilmente per gradini posti in cerchio, per quanto sia straordinariamente alta. Accoglie molte migliaia di uomini che si vedono e si odono reciprocamente. Non vi è incertezza sul suo fondatore, in quanto questo edificio ancor oggi è chiamato casa di Teodorico”

Questa leggenda è cara soprattutto ai tedeschi che l’attestano come vera ancora nel 1500. Più informato sembra essere un viaggiatore di Zurigo che in una sua relazione del 1545 scriveva: “A Verona c’è di molto degno da vedere una poderosa costruzione: la casa di Teodorico, come dicono i tedeschi, ma in realtà è un teatro colosseo o Rena, come mi è stato detto dai veronesi”.
Questa associazione Teodorico-Arena è forse dovuta pure ad un probabile utilizzo dell’anfiteatro sotto il regno degli Ostrogoti . Non c’è però rimasta prova alcuna di ciò che costituirebbe, per molti secoli almeno, l’ultimo caso di spettacolo in Arena.
Non sappiamo neppure se l’invasione dei Longobardi recò danni al monumento, ma ne recò sicuramente l’inondazione del 589 che deviò il corso dell’Adige formando il canale dell’acqua morta.

Il diabolico labirinto

Nemmeno il nome di Pipino, figlio di Carlo Magno e re dei Franchi, che nel 774 stabilì la capitale del suo regno a Verona, è in qualche modo legato al nome dell’Arena che nel “Ritmo”, composto sotto il suo regno (probabilmente prima del 806) , viene indicata come: “Altum Labyrinthum, magnum per circuitum , in quo nescius egressius nunquem valet egredi. Nisi cum igne lucernae, vel cum fili glomere” (Un Alto Labirinto, ampio per giro, dal quale nessuno uscirà se non sa la strada, o non ha con se filo o lampada). E ancora nel 1477 Francesco da Soncino, un fabbro-poeta popolare immigrato a Verona, dice dell’Arena nel suo “Fioretto”: “Egli è da capo di questo murone (le mura di Gallieno n.d.r.) / un laberinto de tanta grandezza / che stupefatte fa star le persone; / largo e rotondo e de superba alteza, / edificata con tanta rasone, / che pochi pon comprender sua fateza /”.

L’immagine del Labirinto è presente anche nel poemetto “De laudibus Veronae” di Panfilo Sasso, pubblicato a Brescia nel 1499. Altra leggenda può essere tratta dalle cronache di Pier Zagata (del XV secolo) che a sua volta riporta quanto scrisse Siccardo Vescovo di Cremona. Si narra cioè che tra i fuggiaschi di Troia che sbarcarono in Italia “el venneuna donna chiamata Madonna Verona, etella vedendo il paese esser bello, et acconzo per ella, si è edificato il Labirinto, che si chiama la Rena. Si che per quello edificio andò poi crescendo la Città e per ella fu chiamata Verona”.

Il concetto del labirinto è strettamente legato alla figura del Diavolo, che un’altra voce popolare riconosceva come autore dell’ anfiteatro, ma probabilmente nasce anche dal fatto che i crolli avevano reso ormai irriconoscibile, la sua lucida struttura interna.
Arturo Graff, nelle sue “Leggende medioevali” (1889) scrive:

“Il Diavolo sa fare tutti i mestieri; ma naturalmente sdegna gli umili, e solo in cose grandi si compiace di misurare la sua forza ela sua destrezza. Egli ha una passione, quella delle fabbriche. La vecchia Europa è piena di ponti, di torri, di muraglie, di acquedotti, di edifici di ogni maniera costruiti da lui. […]. In tempi di barbaria e di povertà le ingenti costruzioni romane, comprese le strade, parvero eccedere la potenza degli uomini, e facilmente furono attribuite all’arteficie maledetto…”

Stesso destino nel medioevo toccò, come visto, anche all’Arena di Verona, non riuscendo le genti di allora a capire che un opera così grandiosa fosse dovuta agli uomini. La leggenda narra che un gentiluomo veronese, condannato al taglio della testa per aver commesso un grave delitto, offrisse alle autorità cittadine qualsiasi compenso pur di aver salva la vita. La proposta fu accettata, e in cambio della sua libertà l’uomo doveva, nello spazio di una notte, erigere un edificio per gli spettacoli pubblici che potesse contenere tutti gli abitanti di Verona. Il gentiluomo non si scoraggiò ed entrò subito in trattative con il Diavolo; Se questi l’avesse aiutato, egli gli avrebbe donato la sua anima. Satana accettò il patto e la sera stessa, al vespro, un esercito di diavoli salì dall’inferno e si mise a lavorare con accanimento finché, al tocco dell’ Ave Maria mattutina, non furono costretti ad inabissarsi lasciando il lavoro incompiuto, poiché dell’ultima cinta non era stata eretta che l’Ala.
Sembra che il gentiluomo, pur perdendo l’anima, abbia avuto ugualmente salva la vita.

Del X sec. d.C. è invece la prima immagine raffigurante il monumento veronese,o comunque la più antica da noi conosciuta. Fa parte della così detta “Iconografia Rateriana” da Raterio che in quel periodo era vescovo di Verona, ma non rappresenta l’Arena del X secolo bensì una probabile ricostruzione della sua originaria struttura, a quattroordini di archi sormontati da un loggiato. L’immagine è accompagnata da questi versetti : “Nobile, praecipum, memorabile, grande Theatrum / Ad decus extructum Sacra Verona tuum” (Nobile , raro , augusto e gran Teatro / per il tuo splendore , sacra Verona eretto). Ma in questo secolo cominciano anche le invasioni degli Ungari, da cui Verona sembra essersi salvata proprio grazie a quel baluardo difensivo più elevato delle mura, che era l’Anfiteatro romano, rinforzato dagli interventi di Berengario I re d’Italia.

Fra l’XI e il XII secolo l’Arena ritorna a riempirsi di pubblico: gli spettacoli che questa volta propone sono, a parte i rari casi di tornei cavallereschi, che prenderanno piede solo più tardi (e dai quali sono senza dubbio da escludere quelli attribuiti a Lancillotto e a leggendari cavalieri di questo tipo), vere e proprie “esibizioni di giustizia” passate alla storia con i nomi di:

“Duelli giudiziali” e “Giudizi di Dio”

La forma di processo con cui furono condannati i santi Fermo e Rustico era adottata anche dai Longobardi.
Nel loro corpo di leggi il procedimento era molto semplice: fra gli astanti che venivano ad assistere all’esecuzione si sceglievano alcuni uomini idonei (idonei homines) ai quali era affidato il compito di pronunciare la sentenza. Il numero dei componenti della giuria variava da tre a dodici a seconda della causa, uno fra essi e il reo giuravano sul vangelo nelle cause maggiori ad “arma sacrata” nelle minori. Anche il giudice, al contrario di quello che succedeva presso i Franchi ad esempio, giocava un ruolo attivo nella sentenza ed aveva diritto di voto. Le prove venivano dette “Sacramentales” o “Conjuratores” e il loro giudizio non era solo “de credulitate” ma “de veritate”.
Questi processi pubblici avvenivano quasi certamente in Arena e prendevano il nome di “duelli giudiziali” e “Giudizi di Dio”.
I primi consistevano nel fatto che ciascuna delle parti in lite doveva scegliere un proprio “campione” o “bravo”, che potevano anche essere i due contendenti, i quali poi si scontravano in combattimento sicuri che la vittoria sarebbe stata dalla parte della ragione, offrendo così uno spettacolo gradito al pubblico, che accorreva anche dai centri vicini dato che l’anfiteatro serviva da campo di battaglia pure per risolvere le contese extra cittadine. Nei primi tempi si poteva ricorrere subito a tale prova più avanti invece solo se tutti i Sacramentali deponevano contro l’accusato.

Ancora più irrazionale, e legato alla superstizione, era il Giudizio di Dio: l’accusato, per dimostrare la propria innocenza, doveva superare prove come: estrarre un oggetto da una caldaia d’acqua bollente o portare, per un tratto, a mani nude, un ferro rovente. A questo tipo di prove si affidavano più spesso i chierici, che pure erano tenuti ad osservare le leggi dei longobardi. Un documento datato 837 d.C.e conservato nella biblioteca comunale di Verona, descrive un “Judicium Crucis”, un Giudizio di Dio che si tenne però nella chiesetta di San Giovanni Battista, vicino al Duomo.
Essendo sorta una disputa, tra clero e cittadini, riguardo la spesa da assumersi rispettivamente per la costruzione delle mura volute da Carlo Magno e dal figlio Pippino a difesa di Verona contro gli attacchi degli Unni, vennero eletti due chierici che rispondevano ai nomi di Aregao e Pacifico come campioni, rispettivamente, dei cittadini e del clero. La prova consisteva nel restare il più allungo possibile in ginocchio con le braccia aperte a guisa di croce durante la messa in cui sarebbe stata letta la Passione di San Matteo. Fatto sta che il primo a cadere fu Aregao e così il clero concorse alla spesa solo per un quarto del totale.

E’ sempre il Maffei, nell’ ultimo volume della sua “Verona Illustrata”, a darci notizie preciseriguardo l’utilizzo dell’Arena a tali fini, affermando che, in questo periodo, l’anfiteatro veronese “servì di campo a Duelli Giudiziali, o sia ordinati dal giudice, in quei secoli, quando secondo le leggi Longobarde e l’Istituto delle nazioni settentrionali molte liti si decidevano per Duello. A continuare a Verona più che in altre parti si fatto costume, diede fomento senza dubbio il comodo dell’anfiteatro”. Il racconto continua poi riportando la notizia che: “A tempo di Innocenzo III fu dal Podestà intimato personal Duello a un Chierico che aveva ucciso un Arciprete. Come si vede da un epistola di quel Pontefice al Vescovo nostro e Cardinale Aleardo” . Il chierico dovette affrontare un soldato e l’esito dello scontro fu che il primo “ebbe rotta la testa”. In un altro documento, che lo scrittore sostiene custodire nell’archivio domestico ed essere stato redatto nel 1300, si affermerebbe che nel 1263 “certi per cognome Visconti, per via di esami e testimonj, dell’esser essi e gli avi loro stati in possesso da più di cent’anni addietro […] dell’ – introitum et honorem Arenae occasione pugnarum iudicatarum, quae fun in ipsa Arena – “ e cioè dell’ “introito et onore dell’Arena per occasione delle pugne giudicate, che si fanno nell’Arena stessa”. Ancora secondo questo documento “per ogni battaglia giudicata fatta in Teatro avevan costoro sempre rascosso venticinque lire di moneta Veronese”. E alcuni testimoniano che: “Per custodir battaglia, gli avevan veduti più volte andare al Teatro con uomini armati – ire ad Teatrum pro custudiendo battaiam cum hominibus armatis -” .

Tornei e Roghi

Cessato il governo dei Franchi, che era subentrato a quello dei Longobardi, Verona, nel 886, cade nelle mani di Berengario duca del Friuli che, il 20 maggio 895, emana un decreto, passato alla storia appunto come il decreto di Berengario, in cui si dispone che l’Arena e il Teatro vengano demoliti per adoperarne le pietre nelle fabbriche cittadine. Comincia così un’altro lungo periodo di silenzio nella storia dell’Arena come contenitore di spettacoli.

Il XII secolo fu forse quello che più arrecò danni al monumento. L’Arena, che proprio in questo periodo abbandona la sua funzione di fortezza difensiva in seguito alla costruzione di una nuova e più larga cinta muraria, viene colpita da tre scosse sismiche (nel 1116, nel 1117 e nel 1183) che danneggiano in maniera irreversibile il circuito esterno di archi, mentre l’incendio del 1172, che devastò Verona, forse non toccò l’Arena , ma le sue pietre furono utilizzate per la ricostruzione della città.
Anche agli inizi del 1200 la situazione non cambiò. I restauri effettuati nel 1221 dal conte Rizzardo furono vanificati dal terremoto che nel natale del 1223 colpì Verona e, nel 1239, ancora una volta, si attinse dall’Anfiteatro per la ricostruzione dei ponti sull’Adige, spazzati via da un inondazione.

Sembra, come rivelano alcune voci di popolo, e come riportano le “Antichità veronesi” pubblicate nel 1540 da Gabriele Saraina e illustrate da Giovanni Caroto, che la scossa del 1223 colpì l’edificio mentre era pieno di folla per un “Torneamento”. Nel Natale di quell’anno, secondo il racconto, il popolo era stato avvisato che in Arena si sarebbe tenuto un spettacolo straordinario. Era appena dopo pranzo, l’Anfiteatro era gremito di folla, i giochi del torneo e la gara fervevano tra i giovani cavalieri, alla presenza dei magistrati e dei più importanti cittadini; all’improvviso, mentre il sole volgeva al tramonto, un rumore sordo un tremito, uno sconvolgimento mette il panico negli spettatori, che nella più grande confusione, si danno alla fuga: era il terremoto. I massi dell’Arena cominciarono a disconnettersi, i frontoni e le cornici a cadere, soprattutto nelle parti più alte.

Per un “torneamento”, l’anfiteatro, fu sicuramente utilizzato nel maggio del 1253, in occasione del matrimonio di Ezzelino da Romano con Selvaggia, figlia di Federico II (anche il Campo Marzio, l’odierna piazza Bra, fu interessato dai festeggiamenti e ivi vi si distribuirono gratuitamente, per alcuni giorni, cibo e vino al popolo) e forse ancor prima, nel giugno del 1245, l’Arena fu utilizzata per accogliere, insieme allo stesso Imperatore, altri potentati e teste coronate tra cui: il duca d’Austria, il Vescovo Brandeburgo, l’Imperatore di Costantinopoli e il duca di Savoia.
Come si vede si tratta di occasioni eccezionali, dal 1236 al 1259, infatti, Verona si trova a svolgere il ruolo di capitale dello stato di Ezzelino da Romano ed è coinvolta nelle dure lotte sostenute da costui contro il partito guelfo. Uno stato di guerra quasi permanente impediva il formarsi delle condizioni adatte per divertimenti o spettacoli collettivi come i torneamenti in Arena.

L’invenzione delle giostre e dei tornei va attribuita ai Mori, accettate poi dagli spagnoli, vennero accolte più tardi anche in Francia ed in Italia, ma l’uso crebbe soprattutto quando Carlo d’Angiò scese in Italia e ne diffuse la passione. La solennità dei matrimoni principeschi, i natalizi o la nascita di un erede ne davano frequenti occasioni. L’araldo, a cui sovente facevano seguito due dame, cavalcava di castello in castello recando inviti e cartelli di sfida. Chi voleva entrare nella lizza appendeva lo scudo alla loggia del castello, o del luogo in cui si teneva la sfida, e doveva legittimare la propria nobiltà, e veniva escluso se aveva mancato ai “doveri dell’onore” o se qualche dama avesse toccato il suo scudo; questo era il segnale che il cavaliere aveva un torto verso quella dama e doveva “purgarlo” chiedendole scusa, altrimenti non sarebbe stato ammesso. I cavalieri, per lo più, combattevano infatti per la loro dama, ed essa consegnava loro o una trina, od una treccia di capelli, o un monile che era pronta a sostituire con un nuovo dono nel caso il favorito avesse perso il precedente nella foga della battaglia. Solitamente i contendenti attendevano fuori dalle mura della città sotto ampie e ricchissime tende, con una corte di paggi, servi, giullari e menestrelli. Una volta scelti e disposti i marescialli di campo gli araldi, a voce alta, rammentavano le leggi della cavalleria come: “Non ferir di punta ma di taglio, non combatter fuori di schiera, non mirare al cavallo sibbene all’avversario, portare i colpi al viso o tra i quattro membri cioè al piastrone, non ferire il cavaliere che avesse alzato la visiera, non unirsi in più contro uno solo…” e simili. Le dame sceglievano il giudice di pace, e le quadriglie entravano in lizza e proclamavano il nome del proprio campione, a meno che questo non avesse voluto rimanere ignoto, nel qual caso il nome veniva confidato solamente ai giudici. La giostra aveva così inizio e gli schieramenti correvano uno contro l’altro per darsi battaglia nel mezzo. Era dichiarato nullo e triste il colpo portato alla gamba o al braccio dell’avversario, villano chi feriva il cavallo. Gli araldi si frapponevano con le loro mazze tra i contendenti in caso fosse sorta qualche disputa e a loro toccava il compito di arbitri e paceri.
Chi aveva spezzate varie lance, cacciati più cavalieri fuor d’arcione senza ferirli, o vinta la “lancia” delle dame, era dichiarato vincitore. Proclamato tale dagli araldi, correva da abbassare la lancia innanzi alla sua dama, alla quale faceva dono dei premi a lui assegnati e ne riceveva il bacio desiderato.

Purtroppo non ci rimangono testimonianze dirette di questo particolare tipo di spettacoli. La prima notizia in tal senso ci proviene da un documento redatto da un certo Giacomo Medico, che descrive la giostra tenutasi il 24 maggio 942 nell’Arena per celebrare le nozze di Panfila, figliola di Galeotto de Sacchi e sposa di Galeotto Nogarola: “Si fece nell’anfiteatro una solenne giostra della quale furono giudici di campo i principi di Padova, di Ferrara, di Ravenna e di Mantova intervenuti con i Carrocci delle rispettive città. I competitori furono numerosi (si citano anche tutti i nomi n.d.r.) ed avevano un seguito fastoso. Oltre ad un gran numero di musici, vi erano 494 trombettieri. Rimasero vincitori Cesare de Pavoni e Aleardo degli Aleardi. Però sorse una questione perché mentre il primo aveva rotto due scudi in più dell’altro, gli venne assegnato il palio verde che era destinato al secondo vincitore assegnando all’Aleardi il palio cremisi d’oro, di maggior pregio che era destinato al primo vincitore”.
Come si vede il documento scende a minuti particolari, ma forse troppi per un epoca così remota. C’è poi la questione dei Carrocci che vennero istituiti da comuni molti anni più tardi, il titolo di “principe” di città non ancora rette da signorie, e il nome degli intervenuti che non figura in nessuna memoria di quel tempo. Tale documento dunque è da ritenere, se non un falso, almeno errato nella data.

Per avere relazioni precise, e attendibili, sulle giostre in Arena si deve attendere il 1600 quando verranno riproposte secondo il gusto barocco. Ma un idea abbastanza precisa si può ricavare dalla rievocazione della Disfida di Barletta organizzata in Arena per il 23 marzo 1924, e poi posticipata alla domenica successiva per la compresenza a Verona, quella domenica, della Coppa Verona e della corsa delle Torricelle per auto e moto a cui partecipa pure Tazio Nuvolari. Così narra l’episodio il cronista del giornale cittadino: “Tredici cavalieri italiani contro tredici cavalieri francesi: Ettore Fieramosca contro Guy de La Motte, Fanfulla da Lodi contro Martellin de Lambris, Brancaleone contro Graiano d’Asti, Romanello da Forlì contro Giraut de Forses, Ettore Giovenale, romano, contro Charles de Tourges, Marco Carellario, napoletano, contro Marc de Frignes, Guglielmo Albimonte, siciliano, contro Pierre de Liaye, Miale da Troja contro Eliot de Baraut, Riccio da Parma contro Jacques de la Fontaine, Francesco Salamone, siciliano, contro Jean de Landes, Ludovico Animale da Terni contro Sacet de Jacet, Mariano da Sarni contro Jacques de Guignes, Giovanni Capoccio, romano, contro Naute de la Fraise.”
Per l’equipaggiamento di cavalli e cavalieri ci si appoggia alle principali ditte teatrali di Milano, e ci si rifà a vecchie stampe, ad un quadro dipinto dal d’Azeglio due anni prima di scrivere “Ettore Fieramosca” e naturalmente alla precisa descrizione del libro: “Ogni cavaliere colla visiera abbassata, chiuso nell’armatura, collo scudo al petto e la lancia alla coscia, inforcava una sella, i cui arcioni ferrati s’alzavano avanti e dietro come due ripari che rendevano quasi impossibile il cadere; incastrato così, stringendo le ginocchia era talmente aderente al cavallo, che tutti i suoi moti gli si comunicavano con quell’unità che dovrebbe legare le due nature del centauro.
I cavalli avean le parti anteriori e laterali del capo difese da un guarnimento di ferro, nel quale erano soltanto due buchi per gli occhi; in mezzo alla fronte una punta; il collo, le spalle e il petto ugualmente coperti di piastre sovrapposte a guisa di scaglie,e snodate onde lasciar liberi tutti i moti; ed un arnese dello stesso artificio si stendeva sulla groppa e le parti laterali del ventre, lasciandone scoperto soltanto il luogo per le spronate. Oltre lancia spadae pugnale che ogni uomo d’arme portava sulla persona avea appese all’arcione davanti una mazza d’acciaio, ed un azza . Il modo poi d’ornarsi era vario, secondo il capriccio di ognuno: sulla cima degli elmi svolazzavan penne di molti colori disposte per lo più intorno ad un lungo pennacchio formato dalla coda del pavone. Alcuni invece di penne avean strisce di stoffa frastagliata”.

Il corteo prima di convenire nell’anfiteatro percorre corso Cavour, porta Borsari, piazza Erbe e via Nuova “mentre dall’alto dei gradini dell’Arena araldi in costume squillano le trombe per dare il grande annuncio dello spettacolo”.
All’interno intanto il terreno è stato preparato secondo la descrizione del libro con: “minuta ghiaia e sabbia silicea rassodato dal tempo è sgombro d’arbusti ed erbe, ed offre alla zampa dei cavalli un andare sicuro”.

Morto Ezzelino, che aveva governato la città dal 1236 al 1259, Verona diventa dominio degli Scaligeri e, per sottolineare questo passaggio, fu scelta ancora una volta l’Arena e, ivi, il 13 Febbraio del 1278, furono arsi sul rogo centosessanta eretici patarini caduti nelle mani di Alberto della Scala che, con questa azione, ottenne dal Papa il Castello d’Illasi. Ecco come si svolsero i fatti secondo la descrizione fattaci da Tullio Lenotti nel suo “Arena di Verona”:

“…Non si può tacere lo spettacolo triste ed impressionante che offrì l’Arena il 13 febbraio 1278. Nel secolo XIII l’eresia era molto diffusa, ed anche in Verona gli eretici erano abbastanza numerosi. Ma dove l’eresia ebbe maggiormente presa fu a Sirmione sul lago di Garda; colà nel 1273 trovasi persino un vescovo degli eretici di nome Bernardo Olbia.
Nel 1276 Alberto della Scala, il Vescovo di Verona fra Timido, e l’inquisitore Buonaccolsi mossero con una schiera di armati contro Sirmione, entrandovi il 12 novembre. Vi catturarono 166 eretici, fra uomini e donne e li condussero a Verona da Mastino che li fece chiudere in carcere. Dopo la morte di Mastino (1277) e sotto il capitanato di Alberto, quei prigionieri furono condannati al rogo su sentenza di fra Filippo, figlio del Bunaccolsi, dell’ordine dei Minori, inquisitori della marca Trevigiana. Il 3 febbraio 1278, tratti dal carcere furono condotti nell’anfiteatro, dove ebbe luogo il loro supplizio”.

Il primo rogo di cui si ha concreta notizia risale però al 1233 e durò tre giorni.
In quella data furono infatti bruciati vivi sessanta cittadini veronesi tra uomini e donne, anch’essi con l’accusa di patarinismo e quindi d’eresia. I condannati sono, secondo la definizione del cronista “ex milioribus” (tra i migliori) della città. Ciò sta a testimoniare quanto l’eresia patara fosse diffusa tra le famiglie ghibelline di Verona.
Bisogna però specificare che ci sono alcuni storici che sostengono invece che questo rogo ebbe luogo sulla pubblica piazza e altri nei pressi della Ghiaja.
Il rogo comunque avvenne, ed avvenne per volontà di Fra Giovanni di Schio, inviato a por fine alle baruffe cittadine tra le famiglie dei Montecchi, dei San Bonifacio, dei Quattrovinti e degli Ezzelini, che intendeva dar prova in tal maniera della propria forza. Le sessanta morti almeno non furono vane, si narra infatti che udendo le grida di quei poveretti, i capi delle famiglie in lotta cadessero atterriti ai piedi del francescano implorando il perdono. Le intenzioni furono poi sancite a San Giovanni Lupatoto, con un adunanza che prese il nome di Pace di Paquara in occasione della quale, secondo il Rogger , si fecero in Arena “giostre e tornei fra i notabili della città le quali feste durarono parecchi giorni”.

L’Arena però, come abbiam potuto vedere, fu per lo più usata in questi secoli, per le esecuzioni capitali, religiose, come quelle appena descritte, o politiche.
Per le seconde, che furono le più numerose, Gli Scaligeri si servirono con continuità dell’Anfiteatro, tra tutte ricordiamo, sempre insieme al Rogger, quella avvenuta il 25 gennaio 1365: quel mattino, giorno della conversione di San Paolo, alcuni nobili veronesi furono scortati da guardie e sgherri all’interno dell’Arena. Erano: Gherardo Sagramoso, Bartolomeo da Pitan, Alvise Morando, Bonomo Baiardo, Alberto De Micolli, Bernardino Raffa, Michele Sichadinari e il priore di Sant’Anastasia,fra Domenico dell’ordine dei predicatori . Essi furono decapitati per ordine di Cansignorio che li sospettava membri di una congiura ordita contro di lui dal fratello Paolo Alboino che, insieme ad altri, fu fatto rinchiudere nel carcere di Peschiera dove venne trucidato a distanza di vari anni sempre per volontà di Cansignorio, ormai morente.

Il nome di Alberto della Scala è legato anche ad una delibera che impediva a chiunque di entrare, “per compiere turpitudini” nell’Anfiteatro e ordinava il confino, negli arcovoli di esso, delle meretrici e delle ruffiane. Probabilmente gli arcovoli erano già da tempo utilizzati come abitazione, ma questa nuova sistemazione garantiva una riscossione più sicura degli affitti da parte degli Scaligeri.

Il Castello dell’Amore

La cavea dell’Arena venne riaperta, per ben 25 giorni, in occasione dei festeggiamenti per le nozze di Antonio della Scala con Samaritana da Polenta. Il signore di Verona voleva stordire con i banchetti la cittadinanza e distrarla dal fratricidio da lui commesso l’anno prima. Lo spettacolo che vi si tenne aveva nome : “Il Castello dell’Amore”, e così venne descritto da un certo Girolamo Dalla Corte presente all’evento: “Fra gli altri spettacoli, che questi giovani fecero, questo fecero nell’Arena, che fu molto vago e dilettevole da riguardare, avegnachè fosse quasi per aver fin mesto e doloroso. Fu fatto un castello, il quale aveva le mura di finissimi panni di seta, e di gran prezzo, alla guardia del quale erano poste alcune nobilissime giovani tutte armate, ma invece di elmi avevano corone d’oro, ed in luogo di corazze avevano collane e manigli; Altrettanti giovani di nobiltà e di età uguali diedero l’assalto al Castello, l’armi con le quali si combatteva, erano fiori e frutti di varie sorti, fatti di zucchero con gran maestria; talora si gettavano anche diverse acque odorifere. Ora mentre da tutte le parti con armi così piacevoli si combatte, eccoti una squadra di Vicentini, cacciatasi innanzi più animosamente degli altri presero una porta, e con liete grida portarono, e piantarono nella più alta parte del Castello il loro stendardo; la qual cosa udita, e veduta da Veronesi, Mantovani, e Padovani, arsero di tanto sdegno, che lasciato il combattere, cominciarono a svillaneggiare ed oltraggiare con parole ingiuriose; e perché quelli animosamente risposero loro, si riscaldarono talmente gli animi dall’una parte e dall’altra, che senza dubbio si sarebbe venuti alle mani, se il Signor Antonio e molti altri signori non si fossero interposti, e gli avessero, parte con amorevoli parte con aspre parole, acquetati”.

Ormai siamo nel 1382 e il Rinascimento, come denuncia questo spettacolo, è alle porte. Gli Scaligeri cadono nel 1387 con la fuga da Verona, nella notte tra il 18 e il 19 ottobre, proprio di Antonio della Scala; la città passa ai Visconti che costruiscono Castel S. Felice utilizzando, in gran parte, le pietre dell’Arena che intanto, Mastino II, vessato dai debiti della guerra contro la lega antiscaligera, costituita da Venezia, Firenze, Ferrara, Milano e Mantova, aveva ceduto, d’accordo con il Comune e con clausola di riscatto, ad un Consorzio di Creditori.

Tratto da: “L’Arena come luogo deputato agli spettacoli dal I sec. d. C. al 1913” di Thomas Donati, con la collaborazione del prof. Franco Savignano e del Prof. Paolo Valerio.

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