Storia e cultura della caccia

AMBIENTE

All’alba del cosiddetto medioevo il sole sorge su un mondo di foreste.
Le popolazioni che si erano insediate all’interno degli antichi confini imperiali erano portatrici di una cultura economica che privilegiava lo sfruttamento delle risorse silvo-pastorali rispetto a quelle puramente agricole e che si adattava bene allo stato di crisi generale dell’occidente latino.
Agli occhi di queste popolazioni si presenta un mondo inselvatichito rispetto a quella civiltà essenzialmente urbana che era stato l’impero romano.
L’insistenza dei primi libri penitenziali sul non mangiare le carni già dilaniate dalle fiere fa pensare a situazioni di concorrenza “paleolitica” tra umani e animali.
In tutte le lingue romanze, la parola caccia deriva dal latino tardo captia, a sua volta da capere, prendere. L’idea è quella di cattura. Il latino venatio, invece, si appoggia alla radice ven-, che è la stessa di Venus, Venere, e rimanda piuttosto a un idea di inseguimento per piacere. Capere è forse prevalso perché più concretamente focalizzava l’attenzione sulla preda in una stagione, appunto quella del primo medioevo, in cui, per ragioni economiche e culturali, il rapporto con gli animali si fece più urgente, diretto e concreto.
Per millenni la storia della caccia in Europa è andata di pari passo con la storia delle foreste.
La foresta era contemporaneamente un luogo frequentato da persone e uno spazio aperto al manifestarsi del meraviglioso e del magico.
Come la caccia, essa teneva un piede nel quotidiano e un altro nello straordinario. Nella selva ci si riforniva di legna, ci si viveva, soprattutto se si era briganti, ma anche quando si era in viaggio.
La foresta era inoltre il rifugio di culti che tendevano spontaneamente a sfuggire agli schemi rigidi della religione dominante.
La foresta era il luogo dove potevano avvenire apparizioni straordinarie. E una delle situazioni preferite per il manifestarsi del sovrannaturale silvestre era, guarda caso, la caccia.

NOBILTA’ GUERRIERA

Cacciare come modello educativo
Le popolazioni che si stanziarono all’interno dei confini che furono quelli dell’impero romano consideravano la caccia come un aspetto dello stile di vita guerriero, a loro modo di vedere il migliore, l’unico degno di essere adottato. La caccia era l’attività di pace del guerriero ed era la scuola di guerra dei giovani.
L’educazione è lo strumento per mezzo del quale ogni società trasmette i propri valori ai giovani. La centralità della caccia nella formazione degli adolescenti si spiega con la centralità della guerra nelle culture barbariche e con la conseguente volontà di trasmettere una morale guerriera alle nuove generazioni. Eginardo scrisse che i figli di Carlo Magno cominciarono a fare pratica d’armi non appena l’età lo consentì, ma non dice quale fosse questa età. Un proverbio di epoca carolingia suggerisce come limite massimo i dodici anni: “chi senza montare a cavallo è restato a scuola fino a dodici anni non è più buono ad altro che a fare il prete”.

Caccia come rito di iniziazione
Il vecchio cinghiale poteva essere un solitario e vagare senza compagni nella boscaglia, il cacciatore no. In un ottica realistica, la solitudine dell’eroe a caccia è poco verosimile.
Il cacciatore solitario era un personaggio più romanzesco che reale. I valori veicolati dalla caccia facevano si che la regola fosse il contrario, e cioè la battuta collettiva.
La caccia era per il signore l’occasione per dispiegare abilità, coraggio, magnificenza, e con il banchetto finale, ospitalità e generosità. Le imprese individuali avevano senso solo se c’era una visibilità pubblica.

Vi era solo un’eccezione, quella della Pirschjagad, una forma di caccia di appostamento tipica delle regioni germaniche documentata nel XIII sec. Da un testo denominato De arte bersandi, e in precedenza da alcune notizie sparse: il mosaico gallo-romano di Lillebonne mostra l’uso di un cervo come esca per attrarre la selvaggina verso il cacciatore in attesa. Non si trattava necessariamente di una caccia nobile: la parola Pirsch deriva infatti da francese berser, a sua volta dal latino versare, cacciare con le frecce. Come vedremo più avanti, l’arco non era l’arma preferita dall’aristocrazia, la quale, inoltre, vedeva meglio la caccia a cavallo di quella a piedi. Nel romanzo la caccia risulta la cornice per molte avventure di carattere iniziatici. La caccia appare come drammatizzazione di un passaggio, una trasformazione che investe l’eroe. Accade infatti che generalmente il protagonista del racconto parta per una battuta di caccia assieme ai suoi compagni e che poi per un qualsiasi imprevisto rimanga solo nel bosco. Qui incontrerà le più disparate creature nate dalla carica magica che investe la foresta e il suo ambiente, affrontando le prove più dure per uscirne alla fine cambiato e cresciuto sotto il profilo mentale e fisico. Il racconto della caccia iniziatica postula un certo grado di identificazione tra il giovane cacciatore e l’animale selvatico, sua preda. Il guerriero è sempre, in qualche modo, gemello della belva, come lei aggressivo, come lei predatore, come lei cacciatore. Le caratteristiche dell’animale feroce diventano un modello ispiratore per l’agire del guerriero. Lo era a tal punto che si sognava di assimilarle concretamente (i Berserk :”gli uomini dalla pelle d’orso” erano guerrieri che si identificavano nella belva fino all’invasamento).
Questo ci da un idea di come era vista l’arte venatoria nella mentalità romanzesca dell’epoca e di quelle successive.

Guerrieri e contadini
I contadini cacciavano essenzialmente con reti e trappole, e se lo facevano lo facevano perché, orrore, mossi da preoccupazioni esclusivamente alimentari.
Invece, per essere simile alla guerra, la caccia dei nobili doveva rivolgersi in primo luogo agli animali feroci e aggressivi. L’eccezione del cervo fu il frutto di un originaria rivalutazione che si impose definitivamente solo dopo il XII sec. Il coraggio e l’abilità di combattere si esaltavano contro uri, cinghiali e orsi, non certo contro la piccola selvaggina alla quale andavano le attenzioni dei villici.

Spada e arco
La poetessa del XII sec. Maria di Francia descrisse i contadini che cacciavano a piedi e armati di bastoni. L’immagine riassume la contrapposizione che stava a cuore al suo uditorio. I nobili cacciavano a cavallo e la loro arma preferita era la spada. La minore fortuna dell’arco è un fenomeno che non ha precedenti. In passato esso era stato arma nobile, eroica e regale in India, in Persia, presso i nomadi delle steppe eurasiatiche.
La spada era invece l’arma della guerra dei Germani e dei Celti.
I germani avevano valorizzato a livelli estremi il coraggio, la forza fisica, l’impeto guerriero. La spada definiva la persona del guerriero.
Quando l’iconografia mette in scena battaglie tra angeli e demoni, i primi combattono sempre con la spada e i secondi con l’arco. Anche quando, negli ultimi secoli del medioevo, in battaglia l’uso dell’arco si fece sempre più frequente, il prestigio della spada rimase inattaccabile.
Non bisogna pero pensare che l’arco, declassato in battaglia, finisse per essere del tutto escluso anche nelle cacce. Diciamo che i destinatari dei fendenti e dei dardi erano diversi.
L’uso della spada era prescritto per gli animali feroci e combattivi contro i quali si replica la guerra, l’arco per quelli non aggressivi.Era soprattutto nella caccia al cervo l’occasione in cui l’arco conosceva il suo momento di gloria.

Caccia e regalità
Le qualità venatorie sono una caratteristica sbandierata da tutte le dinastie regali.
La prima ragione di questo risiede nel fatto che la caccia è, come la guerra, un esercizio di violenza finalizzata: attraverso di essa il re dimostrava di possedere le doti di vigoria fisica indispensabili per esercitare un potere dalla forte connotazione militare.
Per l’aristocrazia l’azione del sovrano costituiva un naturale modello da imitare. La nobiltà condivideva la cultura dell’extracta spada, comprendeva il linguaggio politico della caccia e pretendeva che il sovrano la padroneggiasse.

EVOLUZIONE DEL DIRITTO VENATORIO

Dalla libera caccia al privilegio di pochi
Nell’antica Roma la selvaggina era res nullius, vale a dire era esclusa dal diritto privato e apparteneva a chi la trovava. La caccia era libera, così come la raccolta dei prodotti selvatici, cui era equiparata. L’evoluzione del diritto venatorio medioevale segui una linea precisa che si mosse da un’iniziale vicinanza tra la situazione romana e quella fotografata dalle raccolte dalle leggi barbariche e una sempre maggiore connessione tra caccia ed esercizio del potere.
La caccia era quindi ancora aperta a tutti, con la parziale eccezione delle proprietà regie.
Il successivo fenomeno di appropriazione dei privilegi venatori da parte dei detentori del potere fu parallelo a quello che si può ben definire di aristocratizzazione della violenza. L’esito fu un progressivo esproprio dei diritti di caccia da parte dei nobili a danno dei ceti produttivi.
Per comprendere questo attaccamento all’ incolto va tenuto presente che i prodotti della foresta alimentavano un abbondante circuito di scambio di doni.
L’opportunità di cacciare nelle riserve era un dono che il re faceva ai nobili e agli ospiti illustri e che gli consentiva di esercitare la fondamentale funzione di distributore di beni.
Del tutto prevedibile, alla crisi del potere centrale segui una proliferazione di creazione di nuove foreste da parte della nobiltà. Ed è questa una costante dei secoli a seguire: ogni volta che il potere centrale mostrava segni di debolezza la nobiltà coglieva l’occasione per generalizzare le inforestazioni. All’opposto, l’instaurazione di un potere forte coincideva sempre con una drastica limitazione dei diritti venatori.

Riserve di caccia
A partire dal XIII sec. Si intensifico il ritmo di crescita dei parchi signorili.
Gli elementi tipici del parco erano la presenza di una recinzione in forma di fossati o muri, di una palizzata, anche di notevoli dimensioni, per il soggiorno dl signore e dei suoi ospiti e di un corso d’acqua indispensabile al mantenimento degli animali.
La gestione del parco era assolutamente funzionale al mantenimento delle risorse faunistiche, costituite soprattutto da cervi. L’erba e le sterpaglie dovevano essere tagliate regolarmente, e tenuta sotto controllo la presenza di animali da pascolo.
In previsione di cacce con molti partecipanti, della selvaggina supplementare vi era trasportata, il che implica che da qualche altra parte i cervi, perché si trattava soprattutto di cervi, fossero catturati vivi da specialisti.
I parchi non erano più dunque una vera foresta, ma uno spazio addomesticato e gestito, non l’immersione nel selvaggio, ma un momento di mediazione e una forma di dominio sulla natura più sofisticato, più consono all’evoluzione culturale delle corti europee.
La caccia era un rito in cui ogni componente sociale recitava una parte programmata.
I nobili si muovevano a cavallo mentre i poveri contadini agivano come battitori appiedati e con bastoni.
D’altra parte l’opinione dominante era che “le persone sono di diverso coraggio e diversa natura, per cui ci sono diverse tecniche a seconda della natura e della condizione di ciascuno”.
Anche dove si continuò a consentire qualche forma di caccia alle comunità locali, la natura dei tributi rivelava una componente simbolica inequivocabile.
Era usanza infatti che alcuna parti della selvaggina catturata, come la testa o le zampe, fossero date in omaggio al signore o al padrone della riserva o dell’appezzamento di terra su cui si cacciava. Oppure se il territorio era pubblico i doni venivano consegnati alle autorità locali.

ANIMALI

Il cervo
L’attitudine del cervo a rappresentare simbolicamente la regalità divenne operante dopo l’XI sec. Prima la sua nobiltà era solo latente.
A tal proposito è interessante verificare come la Chiesa abbia risolto il problema della risonanza negativa delle corna, elemento simbolico connotante il diabolico. La soluzione è stata principalmente terminologica: le fonti ecclesiastiche scelsero di chiamare rami le corna del cervo e corna le zanne del cinghiale.
L’azione combinata della penetrazione sempre più profonda dei valori cristiani nell’immaginario e di un sostrato culturale comunque gia ben disposto fece si che il cervo diventasse indiscutibilmente l’animale dei re nella severa legislazione venatoria inglese posteriore al 1066, nella narrativa cortese degli anni 1180-1300 e nei trattati di caccia dei secoli successivi.
La sottile distinzione tra rami (corna) del cervo e corna (zanne) del cinghiale annuncia una contrapposizione tra i due animali che si giocava a differenti livelli.
In primo luogo c’era il livello simbolico e religioso che opponeva un cervo cristiano ad un cinghiale diabolico.
Il secondo livello, quello culturale,laico e tecnico, distingueva tra una caccia con l’arco orientata al piacere puro e alla celebrazione e un’altra con la spada che enfatizzava l’identità guerriera del cacciatore. La natura stessa delle due prede implicava due approcci non sovrapponibili.
Il cervo richiedeva spesso lunghe marce di avvicinamento, estenuanti inseguimenti, o in alternativa pazienti appostamenti.
Nel caso del cinghiale, invece, il problema principale era la migliore gestione della concitazione che accompagnava l’inseguimento.
C’era pero un’eccezione a questa forse troppo facile schematizzazione. Il cervo in amore, infatti, era cosi irritabile che l’affrontarlo da vicino diventa assai pericoloso. Un detto riportato da Gaston Phébus esemplifica bene il concetto: “dopo il cinghiale il medico, dopo il cervo (in amore) la bara”.
A riprova, se c’e ne fosse bisogno, che i gusti gastronomici erano, e sono, influenzati dalla cultura, la carne di cervo, poco apprezzata dai Romani, era la migliore per i palati della seconda metà del medioevo.

Il cinghiale
Sia a Roma che tra i barbari il cinghiale era l’animale prediletto dai cacciatori. In una caccia, come quella altomedioevale, che esprimeva in anzi tutto la cultura guerriera dei partecipanti, non c’era migliore preda del cinghiale. Non è certo solo per una coincidenza che a migliaia di chilometri di distanza, nel contemporaneo Giappone feudale, il cinghiale fosse l’animale simbolo dei samurai e ornasse i templi come immagine delle divinità bellicose.
Verso la fine del medioevo però il cinghiale conobbe un certo calo di popolarità a discapito del cervo. Questo può essere imputato ad una connotazione diabolica attribuitagli dalla Chiesa.
I trattati del XIII sec. Ne sottolineano i vizi associandoli ai peccati capitali. Il Cinghiale puzza, è rumoroso, è violento e distruttore, animato da ira e superbia. La sua fama di animale diabolico divenne ad un certo punto cosi forte da avvalorare la credenza che potesse lanciare fiamme.
Tutta via conservo una quota di buona reputazione presso i nobili cacciatori grazie alla sua bellicosità. Per Gaston Phébus era la “bestia meglio armata”. ” Io stesso, racconta, sono stato spesso rovesciato insieme al mio cavallo da un cinghiale e un mio cavallo è stato ucciso”.
Il diminuito prestigio del cinghiale non ne modifico la tecnica di caccia. Questa fiera continuo ad essere affrontata con spada e lancia, a cavallo o a piedi. Ma mentre nel passato si valorizzava la temerarietà, nella seconda metà del medioevo gli inviti alla prudenza si facevano sempre più frequenti. Gaston Phébus consiglia di non seguire nella macchia un cinghiale che non si lascia avvicinare in campo aperto preferendo ritirarsi nel fitto della boscaglia. L’eccessivo accanimento avrebbe condotto il cacciatore a misurarsi con la fiera nel terreno congeniale a lei e meno a lui. Meglio era non correre rischi ma aspettare i compagni e tornare all’attacco in forze.
La nazione che oppose una maggiore resistenza alla tendenza comune fu la Spagna. Molti trattati del XIV sec. Ribadiscono come il cinghiale e l’orso siano le prede più nobili da affrontare per un cacciatore. Solo nel secolo successivo l’influenza europea comincio ad intaccare il prestigio di queste due prede che però non persero mai del tutto la loro fama.

L’orso
Per la sua scarsa aggressività e la sua attitudine a vivere in siti appartati, l’orso compare nella documentazione venatoria italiana soprattutto nei secoli del basso medioevo, quando la colonizzazione agraria tocca anche boschi e valli isolate, e gli habitat dell’orso e dell’uomo si toccano più frequentemente. La caccia all’orso assume quindi una connotazione difensiva nella maggioranza dei casi.
Per prendere l’orso era necessario addestrare dei mastini in quanto i levrieri erano troppo fragili e preziosi per rischiare di vederli soffocati dalla possente stretta della fiera.
Ma considerando la sua grande forza l’orso viene inserito nella categoria delle fiere più terribili da cacciare. Quando viene provocato o si sente minacciato la lotta con l’orso risulta essere molto pericolosa. Veniva affrontato, come con il cinghiale, con spada o lancia.

Il lupo
La situazione del lupo era diversa dalle altre fiere. Più che un avversario con cui misurarsi il lupo era un concorrente da sconfiggere senza pietà e senza scrupoli di lealtà. Parrà sorprendente ma quello del medioevo è un lupo nuovo. Da Aristotele alle cronache dei Romani il lupo veniva menzionato come belva che attaccava i greggi e che solo raramente, in casi eccezionali attaccava l’uomo. Era un animale distante dai centri urbani, che si vedeva di rado e che di conseguenza si conosceva poco; anche per questo era attorniato da un alone mistico, sovrannaturale che dava origine a strane credenze, ad esempio se un lupo ti guardava negli occhi si perdeva l’uso della voce e per sfuggire dall’incantesimo ci si doveva slacciare il mantello.
Questa era la situazione prima del crollo dell’impero romano. Poi appare un lupo nuovo, il mangiatore di uomini.
E non si contano più le cronache che narrano di lupi che attaccano villaggi e rapiscono i bambini con incursioni che ricordano quelle dei barbari nomadi. Cosa era cambiato? Era cambiato il lupo? Di fronte ad un calo di efficienza e dell’organizzazione degli uomini i lupi si sarebbero arrischiati a sottoporsi a pericoli che prima non correvano e che qualche secolo dopo avrebbero smesso di nuovo di correre? Gli uomini, loro, erano cambiati, questo è certo.
Ci sono molte teorie diverse per spiegare questa nuova aggressività del lupo nei confronti dell’uomo ma come spesso accade la verità sta nel mezzo, e cioè non è una sola la causa ma tutte insieme che concorrono all’instaurarsi di questa nuova situazione.
Il primo fattore sta nella conformazione dei nuovi centri urbani, più insicuri e più immersi in territori selvaggi. Molti branchi di lupi, poi, sono emigrati dall’Asia in Europa seguendo i popoli barbari che in quei secoli si spostavano, accrescendo il numero di esemplari. Si è ipotizzato poi per spiegare l’eccessiva aggressività dei lupi ad un picco storico di virulenza della rabbia. E come ultimo fattore, una vera e propria competizione territoriale tra lupo e uomo.
Gaston Phébus, nel XIV secolo, apre il capitolo che il suo trattato dedica al lupo dichiarando che l’animale è cosi noto a tutti da non richiedere descrizioni. A parte questo Gaston dedica ampio spazio alla natura del lupo. Apprendiamo quindi che i lupi cacciavano di notte, che il loro morso era reso velenoso dai rospi di cui si nutrivano, che, in inverno aspettavano le mandrie che scendevano dai pascoli montane che seguivano gli eserciti per cibarsi dei morti in battaglia.
La percezione del lupo non come preda o animale nocivo, ma come nemico dell’umanita, favori un altrimenti difficile situazione tra forze religiose e laiche. Nel 1114 a Santiago de Compostela venne indetta una sorta di crociata antilupo. ” Tutti i sabati, a eccezione della vigilia della Pasqua e della Pentecoste, cavalieri, preti e contadini non occupati nel lavoro devono dare aiuto alla loro distruzione”.
In contrasto con le regole della caccia nobile, ogni mezzo erta lecito, dalle trappole ai lacci, dalle reti ai bocconi avvelenati.

Altra selvaggina
Benché ci fossero prede privilegiate, ogni tipo di selvaggina offriva elementi di piacere e soddisfazione. Nell’alto medioevo merita di essere segnalato l’uro delle foreste settentrionali, cacciato con passione dai re franchi ed estintosi nel XVII sec. I cervidi minori seguirono prevedibilmente le sorti del cervo. Il capriolo, in particolare, aveva estimatori in quanto costringeva a lunghissimi inseguimenti e costringeva a mettere a frutto tutta la conoscenza dei cacciatori in quanto i caprioli sono astuti e sensibili e lasciano tracce molto leggere.
Per chi si avventurava in montagna la perizia equestre veniva messa alla prova nel seguire la pista dello stambecco. L’emozione della caccia alla volpe stava soprattutto nella ricerca notturna della tana dalla quale poi l’animale veniva stanato con il fumo. L’inseguimento della lepre, infine, piaceva per la sua imprevedibilità, non certo per le qualità dell’animale, reputato malinconico e pauroso. Tra le cacce ai quadrupedi quella alla lepre era percepita come la meno violenta e, giustamente , meno pericolosa. L’atmosfera, malgrado la concitazione creata dai cani, era abbastanza rilassata, ed essendo associata alla falconeria era la caccia che si avvicinava maggiormente al puro piacere.

La falconeria
La caccia con il rapace, estranea alle tradizioni di Greci e Romani, ha origini asiatiche, risalenti circa al V sec. a.C., e si è diffusa in Europa con le invasioni germaniche. E’ probabile che i principali responsabili siano stati quei gruppi, come i Goti e i Vandali che nel loro peregrinare erano venuti in contatto con i nomadi asiatici di stirpe turca e mongola.
Le notizie altomedievali non sono numerose, ma suggeriscono che la falconeria non fosse ancora un piacere elitario. La cattura dei falchi da avviare alla caccia non era soggetta a controlli. L’editto di Rotari ad esempio, ammetteva che chiunque potesse catturare un rapace nei boschi con la sola accezione di quelli regi.
L’antichità latina conosceva poche parole per definire i rapaci: il medioevo invece, produsse una classificazione ricca e dettagliata. Federico II, grande falconiere, nel suo celebre trattato De arte venandi cum avibus, considerò cinque tipi di falchi (girifalchi, sacri, gentiles peregrini, gentiles, layneri), ma la serie completa delle denominazioni medievali sfiorava la trentina, con capillarità degna dei moderni ornitologi.
C’erano quattro modi per procurarsi i falconi: il dono, l’acquisto, la cattura di un esemplare adulto, il ratto dei piccoli nel nido. L’allevamento non era praticabile in quanto con i falchi era impossibile la riproduzione in cattività, ottenuta soltanto negli anni cinquanta del XX secolo per mezzo dell’inseminazione artificiale. La più diffusa modalità di cattura prevedeva l’impiego di una doppia gabbia con la chiusura guidata da un laccio in cui venivano chiusi degli uccellini che avrebbero attratto il rapace. Dopo la cattura i piccoli falchi erano rinchiusi in un casotto dove regnava la penombra, stavano appollaiati su una pertica e ricevevano il cibo sempre dalla stessa persona. Gli adulti vivevano invece in una “falconiera”, legati a pertiche o a un blocco di pietra. Il falconiere alloggiava, o trascorreva molto tempo, vicino a loro. La falconiera è un luogo stranamente mai descritto con cura nei trattati, che invece dedicano molte attenzioni alla “muta”, vale a dire la stanza dove i falchi restavano durante il periodo del cambio del piumaggio, quando era sconsigliato farli uscire a caccia.
Il commercio proveniva dall’Europa settentrionale in direzione sud, difficilmente si dava il caso contrario. Si sa che i cavalieri dell’Ordine Teutonico gestivano dalle regioni baltiche un fiorente commercio di falchi. L’altro centro di distribuzione erano le Fiandre e i fiamminghi erano non solo i principali mercanti, ma anche molti dei falconieri professionisti stipendiati dalle corti europee.
Gli accessori necessari al falconiere erano il guanto che proteggeva mano e avambraccio (di solito il sinistro gli europei, il destro per gli arabi), un bastoncino per carezzare le piume dell’uccello e una sacca contenente pezzettini di carne per ricompensare il rapace del buon esito del volo.
La figura professionale del falconiere conobbe una sempre più articolata organizzazione gerarchica, che dal XV sec., si strutturò nelle funzioni di mastro falconiere, falconiere, valletto dei falchi, valletto di fiume.
L’addestramento del falco era un perfetto esempio di ricerca di un armonioso dominio sulla natura. Per poter disciplinare la natura libera e indisciplinata del falco si consigliavano come strumenti la fatica, lasciandolo riposare meno del giusto, e la fame, fornendo razioni di cibo sempre leggermente inferiori a quelle normali e tenendolo a dieta il giorno precedente la caccia. Un altro mezzo di controllo era la privazione temporanea della vista. Il cappuccio, tipico dell’iconografia del falcone al braccio, pare sia stato introdotto in Europa da Federico II in persona dopo il suo soggiorno in Vicino Oriente.
Le prime lezioni di caccia avvenivano con l’ausilio di esche, che potevano essere uccellini handicappati o legati, oppure una pelle di lepre riempita di paglia con un pezzetto di carne attaccato sul dorso. Nella seconda fase dell’addestramento il falco era stimolato ad avventarsi su uccellini in piena efficienza, liberati allo scopo dal falconiere. L’ultima e più complicata, parte del programma concerneva la collaborazione con i cani. Entrambi gli animali dovevano abituarsi alla reciproca vicinanza. Occorreva insegnare al falco a non temere il cane e ai cani a bloccare prede sulle quali il falco si era abbattuto limitandosi a tenerle ferme ed evitando di portarle via.

LA CHIESA E LA CACCIA

La chiesa di fronte alla caccia
Nella polemica antivenatoria portata avanti da alcuni autori si rintracciano le prime oblique e frammentarie tracce di una riflessione ecologica. Per la Chiesa la natura era, sì, posta da Dio al servizio dell’uomo, ma l’uso che questi ne faceva non mancava di suscitare discussioni. Nomi autorevoli, in testa san Tommaso d’Aquino, fecero sentire la loro voce contro le violenze eccessive e gratuite dei nobili, puntualizzando che l’eccesso di crudeltà verso gli animali predisponeva alla ferocia contro i propri simili. La tensione tra cacciatori e santi poteva sfociare in conflitti aperti, con l’uomo di Dio che proteggeva le fiere dalle armi dei venatores.
La posizione della Chiesa riconosceva nella caccia una pratica mondana da sconsigliare ai propri membri.
Un punto di incontro, ma inevitabilmente anche di tensione, tra morale laica e monastica era rappresentato dai monaci guerrieri, Templari e Cavalieri Teutonici, le cui regole tentavano di fissare un nuovo modello, insieme ascetico e guerriero. A loro era consentita la pratica della guerra e quella venatoria di alcuni animali.

Ricerca a cura di Francesco Rossetti


Fonti
  • “Storia e cultura della caccia, dalla preistoria a oggi” di Paolo Galloni
  • “La caccia nel Medioevo da fonti veronesi e venete” del Centro di Documentazione per la storia della Valpolicella

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